Il Flamenco

 

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Le origini

 Flamenco non è solo una parola, un termine al quale possiamo attribuire un significato, Flamenco è “una manera de vivir”, un modo di sentire la vita o, almeno, di come la si poteva sentire dai margini di una società in cui si andava delineando.

Anche le diverse etimologie, a cui i flamencologi ricorrono per spiegarne la nascita e, conseguentemente, il suo sviluppo, anche se contrastanti, recano in sé l’intimo dolore per una vita difficile, accettato però come prezzo per una libertà vissuta come valore assoluto ed irrinunciabile.

Ecco quindi che alcuni fanno risalire il termine a flamencos (= fiamminghi), come venivano chiamati i gitani all’inizio dell’800, per via dell’errata convinzione che li vedeva provenienti dai Paesi Bassi o comunque dal nord. Altri si rifanno all’espressione di origine araba felah-mengu (= contadino fuggito), con cui si identificavano i “moriscos” che nel 1609 si rifugiarono sui monti per schivare il decreto di espulsione di Filippo III.

In ogni caso, il Flamenco costituì una valvola di sfogo per una classe di emarginati che si ritrovava a cantare il proprio dolore in ambiti strettamente familiari, esprimendo la propria sofferenza col canto, la danza e la musica.

La prima notizia scritta sul Flamenco si trova in una delle “Cartas Marruecas” di Cadalso (1774), dove l’autore ne attribuisce le origini ai Gitani. Sebbene sia una verità parziale, non si può negare che prese vita e si sviluppò proprio nelle città dove loro si erano stabiliti, ovvero nel triangolo Andaluso formato da Cadiz, Jerez de la Frontera e Sevilla, col suo quartiere Triana. Fu, quindi, in Andalusia che si intrecciarono così mirabilmente razze, costumi e tradizioni diverse, dai Gitani agli Ebrei, ai Mozarabici, ai Cattolici con rito bizantino, dando vita a svariate forme di espressione (palos) che si riuniscono sotto il nome di Flamenco.

All’inizio era costituito solo dal canto non accompagnato (a palo seco), salvo percussioni realizzate con le mani (palmas) o con i piedi. Alcuni palos ancora oggi vengono eseguiti senza accompagnamento: saetas, carceleras, martinete e deblas.

La chitarra fu usata solo più tardi e diventò strumento solita durante la cosiddetta Edad de oro del Flamenco, che poniamo orientativamente nella seconda metà dell’800, quando comparvero i Cafés cantantes.

Fu durante questo periodo che si fissarono gli stili come oggi li conosciamo, sia per la chitarra, sia per il canto ed il ballo.

La rigidezza del compàs fa del Flamenco una musica sempre ancorata alle sue origini popolari, conservando il sapore della spontaneità, ma, grazie anche all’apporto di personalità quali Paco De Lucia, Tomatito, Camaròn de la Isla, Joaquin Cortés, è una musica in continua evoluzione che vuole uscire dal ghetto culturale in cui sembrava dovesse essere relegata fino alla prima metà del ‘900.

Conoscere il Flamenco significa imparare ad apprezzare un linguaggio che non è solo, ormai, un aspetto della cultura Spagnola ma una forma d’arte universale.



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